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  • CASA

    Specchio dell’anima, chiave e scrigno del nostro pensare.
    Spazio esterno dell’essere, dimora fissa di mondani averi. Sede del nostro vivere, riflesso di un fervido attuare: luogo reale o immaginario, proiezione di illusioni e aspettative, in cui crescono rigogliose cime verdi di speranze e fantasie.
    “Venne avanti un muratore, che domando’: “Parlaci delle case”.
    E lui rispose, dicendo: Costruitevi con la fantasia un capanno nel deserto, un rifugio in una grotta,
    prima di erigervi una casa entro le mura della citta’. Infatti, nei crepuscoli voi fate ritorno alla casa, e anche l’errante in voi, remoto e sempre solitario, ambisce questi ritorni.
    La casa è il vostro piu’ ampio corpo. Cresce nel sole e dorme nella quiete silenziosa della notte; e non è priva di sogni. Non sogna forse la vostra casa? E sognando non abbandona la citta’ per il bosco o la collina? Come vorrei accogliere le vostre case nella mia mano, e come il seminatore sparpagliarle nelle foreste e sui prati. Potessero le valli essere le vostre strade, e i verdi sentieri i vostri vicoli, così da cercarvi l’un l’altro fra i vigneti, accogliendovi a vicenda con il profumo della terra negli abiti. […]
    Nella loro paura i vostri antenati vi hanno radunati troppo stretti insieme. E quella paura durera’ ancora un poco. Ancora un poco le mura della vostra citta’ separeranno i vostri focolari dai campi.
    E ditemi gente, che tenete in queste case? Cos’è che proteggete con le sbarre agli usci? Forse la pace? Il quieto desiderio che rivela in voi la forza? Forse ricordi, questi risplendenti archi che sorreggono della mente le sommità? Forse la bellezza, che sa condurvi dai legni e dalle pietre lavorate al sacro monte? Ditemi, custodite tutto ciò nelle vostre case? Oppure è solo la comodità che esse contengono, e la brama di comodità che subdola si fa ospite nella casa, e poi ne diventa la padrona e poi ancora il despota? Si’, e con rampino e frusta vi rende i burattini dei vostri intensi desideri. Ma voi, figli degli spazi, irrequieti nella quiete, non cederete all’ansia e non sarete domati. La vostra casa non sarà ancora un albero di nave. Non sarà la smerigliante membrana che ricopre la ferita, ma una palpebra che protegge la pupilla. Non ripiegherete le ali per attraversare l’uscio, nè chinerete il capo per non urtare la volta, ne’ tratterrete il respiro temendo che ferendosi i muri crollino. Non abiterete sepolcri edificati dai morti per i viventi. E per quanto sontuose e piene di sfarzo, le vostre case non potranno conservare il vostro segreto ne’ albergare le vostre aspirazioni. Poiche’ quel che in voi non ha confini alberga nella dimora del cielo, la cui porta e’ la bruma del mattino e le cui finestre sono i canti e i silenzi della notte.”
    Kahlil Gibran, Il Profeta

  • FORZA

    Alle sorgenti del Grande Fiume l’energia naturale inscritta nei geni della terra reagisce con quella degli uomini e delle loro cerimonie. Gli arrivi, le partenze, le celebrazioni dei pellegrini producono una forza magnetica, un campo elettrico, un’impronta che ancora oggi può essere sentita, avvertita e veduta in ogni cosa. L’energia del passaggio e’ ancora qui, nel silenzio delle pietre riempito dallo scorrere perenne dell’acqua, nelle ceneri, nelle rocce sul fiume, nelle ultime infreddolite presenze.
    “Ajey, a cosa pensi quando guardi le montagne? “Ascolto la dea Natura, che mi parla della mia vita. Lei ha potere su di me. Tutto quello che ho viene da lei e se medito con il suo nome sulle labbra lei mi dà altro potere. Forza. La montagna mi tranquillizza quando sono agitato, mi calma quando ho l’ansia e mi infonde coraggio quando ho paura. Ascolto anche i boschi, i fiumi e le colline. Anche loro mi danno grande forza.”
    Om namah Shivaya, diciamo. Gloria a Shiva. E ricordati che Lord Shiva, il dio delle montagne, e’ molto vicino al nostro umile spirito.”
    Giuseppe Cederna, Il grande viaggio

  • SILENZIO

    E’ nel silenzio interiore che si costruisce il desiderio, si virtualizza il passato e il presente nell’avvenire, la stasi nel movimento futuro. L’atmosfera di sospensione e’ lo spazio dell’anima dove si sedimentano le emozioni, mentre la mente “gira” quando tutto apparentemente sembra fermo e muto. Il nostro presente tecnologico e’ diventato un mondo “senza silenzio”; rumori e frastuoni al plurale, come pure invadenti immagini e infinite parole, riempiono l’etere e l’ambiente esistenziale – sia della vita pubblica che privata degli uomini – riducendo sempre piu’ ogni differenza, erodendo lo spazio dell’interiorita’, dell’introspezione. Si spiega facilmente allora perche’ il silenzio sia diventato “bene prezioso” (si parla addirittura di “lusso contemporaneo”), “merce” – sia pur immateriale – e nuova area di business, campo d’azione di settori dell’economia globale. Catene di alberghi (a volte sfarzosamente lussuosi e colorati, altre volte “anti glamour”, “vintage” dai monocromismi materici stonalizzati), conventi e monasteri spogli che accolgono sempre piu’ numerosi ospiti laici, stazioni termali defilate, mete turistiche estreme (montagne e altipiani lontani, eremi, deserti, poli, a breve lo stesso spazio celeste) ripropongono l’assenza di suoni come fuga dalla vita contemporanea, erogandola “a tempo” e a pagamento. Il silenzio e’ venduto per il suo valore terapeutico, catartico, rigenerante del corpo. Ma il silenzio non e’ semplice mancanza di rumori, quanto una questione di sospensione e di empatia interiore. Uno stato magico dell’anima attraverso cui si riesce a respingere in sottofondo la pressione e la sovrapposizione di suoni, parole, immagini, cose, corpi. Quale silenzio e’ possibile ancora ricercare fra mille voci e mille immagini che frammentano l’esperienza dell’anima nella realta’ contemporanea? Oggi siamo tutti sotto la cappa di un rumore mediatico dove un’immanente energia (carica, densa, pervasiva) e’ sprigionata da un network globale che incombe sul cielo delle nostre citta’, e che ora ha iniziato a espandersi sui territori del paesaggio antropizzato fino a solo qualche anno fa ancora disegnato dalla mano dell’uomo, quieto, silenzioso. Affiora un’immagine nella nostra mente. Non riguarda pero’ noi, che – per fortuna generazionale – abbiamo avuto in dono l’esperienza del silenzio. e’ l’immagine legata ai nostri figli e alla loro piu’ difficile ricerca interiore, che poi altro non e’ che la ricerca di se stessi; li intravediamo “nomadi” – come tutti noi, oramai – ad attraversare (senza abitare piu’) citta’ e territori caotici, affollati, rumorosi avendo – com’e’ costume generalizzato fra i giovani – alle proprie orecchie, ben posizionate, cuffie auricolari di tecnologici iPod. Il messaggio che consegniamo loro e’ di spegnere ogni tanto il medium connettivo e comunicativo, lasciando pero’ al loro posto le cuffie di ascolto (trasformate, così, in cuffie di insonorizzazione) e di chiudere gli occhi per “dar voce” a pensieri profondi. Il rumore poi tornera’, e con esso la vita.

  • RISPETTO

    La tradizione ci insegna che l’uomo e’ un microcosmo nel macrocosmo, un organismo in se’ completo e inserito nell’armonia universale. E l’albero rappresenta l’uomo: come il suo tronco non cresce in altezza e non si espande con una chioma rigogliosa se non ha profonde radici, così la nostra mente non e’ in grado di elevarsi spiritualmente e di sviluppare le proprie potenzialita’, se tende a staccarsi dal quotidiano e a disprezzare le umili cose di ogni giorno. Era una fredda mattina di inverno. Il vecchio sedeva sul selciato, i piedi nudi poggiavano accanto ai fiori che sporgevano, polverosi, fra i pochi fili d’erba ai lati della strada. I ciottoli irregolari, a formare il suolo dell’improbabile sentiero di campagna, conducevano per una ripida salita fino ai piedi dell’immenso Monastero di Rasmatah. Fumi di incensi ed essenze esotiche si disperdevano alti nell’aria; il loro odoroso sospiro accompagnava i mantra dei grandi Maestri, riuniti in somma meditazione. Mille macchie a scacchiera, bianche e arancioni. Esili corpi di giovani eletti, nel fiore di un’eta’ imprecisata, si muovevano sollevando il petto all’unisono, seguendo il respiro del vecchio baba Lita’. Celebre e ascoltato predicatore, il venerato sacerdote aveva raccolto intorno a se’ una vasta comunita’ di fedeli, che sotto la sua egida si erano rispettosamente riuniti, onorandone precetti e parole. Ore di preghiere e lunghe meditazioni scandivano la giornata, seguite da prediche e insegnamenti morali. Si praticava la purificazione dell’anima attraverso sacrifici e voti di castita’; il precetto dell’astinenza da ogni eccesso accompagnava incuranza e disdegno di ogni piacere, per una spirituale ricerca di eterna serenita’. Uno dei giovani monaci del Tempio, terminati la sontuosa cerimonia e il mistico sermone, perplesso su quanto ascoltato scese dabbasso, incontrando sulla via l’uomo dai piedi scalzi, ancora seduto sul ciglio della strada. Immerso tra mille, ascetici e pur sublimi pensieri, il ragazzo non si avvide della presenza del vecchio e, calpestando i pochi fiori fra le sue gambe, proseguì come se niente fosse il suo cammino. L’accesa brama di elevazione spirituale, ricerca affannosa dell’idea del Bello e del Buono, probabilmente aveva fatto scordare al giovane quanto invece il vecchio teneva bene a mente, nel rispetto della dignita’ di ogni cosa presente – piu’ che nella vana speranza di un lontano e trasparente domani: “Un potere immortale collega in modo piu’ o meno forte tutte le cose tra loro: “non si puo’ strappare un fiore senza turbare una stella!”

  • BELLEZZA

    Bellezza e bello sono termini che usiamo comunemente per indicare qualcosa che ci “piace” e ci “intriga”, a cui attribuiamo implicitamente valore e qualita’. Bellezza come entita’ ideale, o materiale, capace di attrarre e, non infrequentemente, di sedurre. Bellezza posta a rappresentare, a volte, fonte di desiderio e di possesso personale per individui privi di empatia, ma sempre disponibile ad offrirsi generosamente a chi e’ capace di goderne e basta, esperienza fra le piu’ sagge e raffinate degli uomini. Bellezza femminile, bellezza delle nuvole, bellezza degli astri, bellezza delle specie vegetali, bellezza degli animali, bellezza del movimento. Bellezza delle cose inanimate e ferme. Rimango spesso attaccato, incollato alla bellezza della materia naturale, nuda, non artefatta che ci consente di avvicinarci allo stato originario delle cose. Risiede qui forse il “nocciolo duro” della bellezza; la bellezza ancora inviolata da ogni segno modificatorio dell’uomo, libera da ogni sovrastruttura interpretativa. Piu’ di ogni altra sostanza, la pietra partecipa di quella bellezza aurorale, incontaminata, danzante sull’epidermide delle cose ma anche filtrante in profondita’. Una bellezza pronta a rigenerarsi lungamente anche quando la vita della materia e’ costretta a subire le erosioni del tempo o le azioni trasformative dell’uomo. Amiamo questa bellezza molto particolare; belta’ fisica, sobria e pacata, emanata non tanto dalle figure quanto dalla materia monografica in se’ che ci richiama e ci fa sentire vicini, avvinti altre volte dall’essenza delle cose. La vicinanza alla materia ci allontana dai contorni generali e dalle forme e ci suggerisce di approfittare del “contatto” dove l’esperienza del vedere, toccare, sentire, odorare, spostare (a volte) mettono in risonanza i nostri sensi, all’origine di ogni idea,anche dell’idea di bellezza. Questa prossimita’ consente di trasformare la realta’ fisica in emozioni, a volte in magia: “La magia del reale e’ per me quell’alchimia che trasforma le sostanze materiali in sensazioni umane, quel momento particolare di appropriazione emotiva o di trasformazione della materia e della forma presenti nello spazio architettonico.”
    Peter Zumthor, “La magia del reale”

  • ARCHITETTURA

    Pressoche’ ubiquitaria, onnipresente e’ la roccia intorno a noi in quanto crosta terrestre e ossatura del mondo intero. Emergendo a formare rilievi montuosi, stabilizzandosi sotto le pianure, inabissandosi a creare scoscendimenti e faglie, tiene insieme ogni cosa e conferisce alla terra il suo profilo generale. Per capire la pietra nel suo millenario rapporto con l’architettura dobbiamo innanzitutto chiederci cos’e’ la pietra in quanto materia della natura, e cos’e’ la pietra che diventa materiale per l’architettura. In particolare e’ importante riflettere su come ha preso avvio l’utilizzazione della pietra per le esigenze della costruzione e – soprattutto – quando le rocce, staccate dal banco di cava e sagomate secondo nette configurazioni geometriche, sono passate dall’informalita’ della natura agli artifici dell’Arte e dell’Architettura. L’uomo, indubbiamente, ha iniziato a confrontarsi con l’universo litico sin dal suo primordiale essere sulla terra facendone arma, monile, strumento di lavoro, ricovero, recinto, monumento. Sono in molti a sostenere che le origini dell’uso della pietra nelle costruzioni siano da collegare alla semplice e intuitiva pratica della raccolta dei frammenti staccatisi naturalmente dalle masse rocciose dei monti. Selezione e impiego, quindi, di pietre erratiche: macigni, massi, pietre stratificate, schegge informi a spigoli vivi, ma anche grandi e piccoli ciottoli con superfici morbide e levigate. e’ la primitiva ricerca e valorizzazione delle pietre che si trovano sulla crosta terrestre: “brutali”, non raffinate, non configurate geometricamente dall’uomo, e tuttavia gia’ inscritte all’interno di un progetto, di una logica costruttiva. Questi elementi litici, di dimensione e forma eterogenea, permettono la costruzione di opere rudimentali. Siamo spesso, a partire dall’alba dell’Occidente, di fronte all’archetipo del tumulo la cui massa litica e’ “erosa” al suo interno con grande difficolta’, per la creazione di uno spazio esistenziale di anguste dimensioni, oppositivo e contrapposto a quello offerto dalla capanna lignea. Il permanere della pietra nella lunga durata temporale indurra’ ben presto l’uomo a compiere delle valutazioni non attinenti unicamente alla sfera del funzionale, dell’utilitario. Se ogni manufatto in materiale vegetale o in argilla cruda si caratterizzera’ come opera effimera, dando vita a una sorta di “installazione”, di sovrastruttura rispetto al terreno su cui sorge, la costruzione in pietra incarnera’ sin dalle origini l’idea della permanenza, in stretta continuita’ con il suolo che l’accoglie. Si fara’ così apprezzare per una serie di caratteristiche derivate dal materiale stesso (massa, volume, solidita’, durata), che diventeranno in architettura fattori “simbolo” della stessa idea di monumentalita’. Assistiamo allora, per la prima volta, alla Metamorfosi della materia che ci annuncia una doppia vita. Si consuma, per dirla con Henri Focillon, il divorzio tra le materie della natura e le materie dell’arte. La pietra tagliata e messa in opera e’, oramai, senza rapporto con la roccia della cava. La vita stessa della materia si e’ rigenerata; le superfici hanno assunto un’epidermide, una grana; il colore incapsulato nella roccia venendo alla luce si e’ modificato e intensificato. La pietra e’ diventata Architettura.

  • UNICITA’

    Nel mondo litologico l’Unicita’ e’ fattore Assoluto. Lo e’ soprattutto per il colore delle pietre, che non si trova ne’ sopra ne’ sotto la superficie; il colore ha preso posto nella “cosa” litica, rappresentandone l’Essenza. Per quanto concerne la pietra non si tratta di rintracciare pasta colorata su una superficie come avviene invece nella pittura (dove il colore partecipa all’astuto inganno della rappresentazione con il ruolo di strato pellicolare ricoprente). Non si ricorre al trucco del colore, quel colore “cosmetico” o “chimico” a cui la civilta’ industriale, con il suo ridondante spettacolo delle merci, ci ha abituato; il colore delle pietre e’ stabile, profondo, portatore di caratteri, di varietas e di naturalezza; naturale anche nel senso di non sofisticato, di non alterato (e, probabilmente, inalterabile) dalla tecnologia, dalle teorie scientifiche, filosofiche, estetiche e dal linguaggio del progetto. Jean-Baptiste Colbert, nella seconda meta’ del Seicento, si impegno’ a ricercare – operazione, questa, connessa alle politiche del protezionismo di Stato, che egli fervidamente promuoveva – livelli di qualita’ di colore nel settore della produzione della tintoria dei tessuti. Il ministro parla esplicitamente di colori che, oltre a essere “belli”, devono risultare “duraturi”. E, per dar corpo a tale assunto, ancora una volta, e’ necessario ricondursi all’universo della natura, all’unicita’ delle pietre: “Tutte le cose visibili si distinguono e si rendono desiderabili attraverso il colore; non e’ solo necessario che i colori siano belli… ma bisogna anche che siano buoni, al fine che la loro durata sia uguale alle merci sulle quali sono applicati; la natura ci fa vedere la differenza e deve servirci d’esempio; perche’ se essa da’ ai fiori che passano in poco tempo un debole colore, non usa lo stesso per le erbe, i metalli e le pietre… dove fornisce la tinta piu’ forte e il colore proporzionato alla durata.”
    Jean-Baptiste Colbert, Instruction ge’ne’rale pour la teinture des laines.

  • PATRIMONIO

    “Resta da considerare la natura delle pietre, nelle quali la follia dei costumi umani si esplica piu’ che altrove, anche a tacere delle gemme, dei gioielli d’ambra e dei vasi di cristallo e di murra. In effetti tutti gli oggetti di cui abbiamo trattato fino a questo libro puo’ sembrare che siano stati prodotti per l’utilita’ degli uomini: ma le montagne la natura le aveva fatte per se’ come una sorta di scheletro che doveva consolidare le viscere della terra e nel contempo frenare l’impeto dei fiumi e frangere i flutti marini, nonche’ stabilizzare gli elementi piu’ turbolenti con l’aiuto della loro solidissima materia. Noi invece tagliamo a pezzi e trasciniamo via, senza nessun altro scopo che i nostri piaceri, montagne che un tempo fu oggetto di meraviglia anche solo valicare. I nostri avi considerarono quasi un prodigio che le Alpi fossero state attraversate da Annibale, e piu’ tardi dai Cimbri – ora questi stessi monti vengono fatti a pezzi per ricavarne marmi delle specie piu’ varie. I promontori vengono spaccati per lasciare passare il mare, e la natura e’ ridotta ad un piano livellato. Svelliamo cio’ che era stato posto a far da confine fra popoli diversi, si fabbricano navi per caricarvi marmi, e le vette montane sono portate a destra e a sinistra sui flutti, l’elemento naturale piu’ selvaggio – la cosa rimane comunque piu’ perdonabile di quando, per avere bevande fresche, se ne va cercare il vaso fra le nubi e, per averle ghiacciate, si scavano le rocce piu’ vicine al cielo. Tutti dovrebbero riflettere su queste cose, rendersi conto del prezzo che hanno, della grandezza dei massi che si spostano e si portano via, del fatto che senza di essi la vita di molti sarebbe tanto piu’ felice. E questo lavoro, o meglio queste sofferenze, per quale utilita’ o per quale piacere gli uomini se le sobbarcano, se non per stare su pavimenti di pietre variopinte? – come se questo piacere non lo togliesse il buio della notte, che occupa la meta’ della vita di ognuno.”
    Plinio, Storia naturale

    NOTE

    CASA Kahlil Gibran, Il Profeta (The Prophet, 1923), Verona, Demetra, 1995, pp. 53-55.

    FORZA Giuseppe Cederna, Il grande viaggio, Milano, Feltrinelli, 2004, p. 133.

    BELLEZZA Peter Zumthor, “La magia del reale”, Lectio Magistralis svolta il 10.12.2003 per il conferimento della Laurea Honoris Causa conferita all’architetto svizzero dalla Facoltà di Architettura di Ferrara.

    De la laine de toutes couleur, et pour la culture des drogues ou ingrediens qu’on y employe, Paris,
    Muguey, 1671 citato in Manlio Brusantin, Storia dei colore, Torino, Einaudi, 1983, p. 90.

    PATRIMONIO NON RINNOVABILE Plinio, Naturalis Historia (XXXVI, I, 1).
    La citazione è tratta dalla traduzione di Antonio Corso, Rossana Mugellesi e Giampiero Rosati,
    Storia naturale, Torino, Einaudi, vol. V, 1998, pp. 966